Eva disse
se avessi una bicicletta
mi piacerebbe spingerla al massimo
pedalare senza sosta
vorrei non dare respiro ai piedi, ai tendini, ai muscoli delle gambe, ai polmoni
ecco,
una morte del genere mi piacerebbe
pedalare fino ad avere un attacco di cuore
morire mentre filo via ancora in equilibrio
prima di toccare terra
col vento che spinge le guance verso le orecchie
ad occhi semichiusi lacrimanti
dimenticare gli errori che hanno fatto danni
e tutta la merda che esiste senza brezza
come quando fai lo slalom veloce tra gli alberi di una foresta fittissima
ed ogni attimo potrebbe essere quello in cui assaggi corteccia e sangue
e l’attimo dopo vedi sopra di te gente con la faccia buffa che cerca di dissimulare la faccia terrorizzata dallo schifo che hai tu, in faccia
ecco,
nel turbine d’aria e battiti accelerati e volo di cadavere
un buon motivo
per cadere di schiena al mondo.
ti ho lasciato un biglietto
e tutto quello che sai dire è
la prossima volta scrivi a matita
così puoi cancellare quando sbagli
ma chi se ne frega di scrivere a matita
a me piace l’inchiostro che imbratta
e sì
i fogli irrimediabilmente persi
le lettere che fanno a pugni per venire fuori da quella macchia incasinata
ma tu avrai sempre la penna rossa in mano
e io il mio grembiule blu col colletto sporco
tu cercherai di vendermi le tue molliche di pane
e io avrò sempre un rumoroso pacchetto di crackers affilati.
così a letto le schiene si esaminano guardinghe i rispettivi nei
io sorrido ad occhi chiusi
tormentandomi i palmi
sotto le palpebre taglio gole rapinando banche
tu sorridi ad occhi chiusi
a braccia incrociate
hai appena ricoperto di gommapiuma tutti i miei spigoli vivi.
Mi capita di voler toccare l’acqua con le ginocchia. Una pratica che rivela all’attento osservatore la mia tendenza al masochismo. Voler entrare in piscina con le ginocchia prima che con il resto del corpo comporta due ordini di lesioni: collo del piede che striscia contro il bordo e cranio che sbatte, con poca violenza in verità, sott’acqua contro la parete dopo che il corpo ha disegnato un angolo di 180°, grossomodo. Quando il nuoto occupava gran parte delle mie giornate tornavo a casa in motorino coi capelli ancora bagnati sotto il casco ed ero felice, portavo addosso ferite da trekking ma vincevo a dorso/rana. Uscivo dalla piscina, indossavo l’accappatoio e andavo dritta in doccia, senza cagare nessuno. Vivevo d’acqua e non mi serviva altro, tutto era in funzione del mio bisogno primario, tutto scompariva senza scie quando sapevo di poter scegliere di non annegare.
Poi un giorno ho smesso.
E non so perché.
Quando non sopporti più quel tipo di felicità che non ha un senso.
vorrei dirti prendi un cestino
oppure
se non ce l’hai
anche una busta di plastica va bene
che domani ti porto a cercare un prato per noi due
il primo prato che ci piace in città
tiriamo fuori il nostro plaid
e io stiro le grinze con il palmo della mano
ci sediamo e beviamo il nostro vino
ci guardiamo come nuovi paesi e sconosciute costellazioni
i clacson rimbalzano attorno
e noi ce ne stiamo lì
coi nostri cappotti addosso e i mezzi sorrisi appiccicati al bordo dei bicchieri
e le grinze che non voglio nemmeno provare a tendere
quelle dove i tuoi occhi diventano infiniti.
Urlai
datemi corda!
devo poter scendere in fondo al baratro
e cominciare a scavare
fare sabbia
mani nude e qualche cucchiaio di latta
ad aumentare la profondità
per poter cadere un po’ più in basso
la prossima volta che mi sfiori la spalla
senza accorgerti di nulla
Le tempeste le girandole il bollore l’indietro e l'avanti veloce
mi cade addosso
tutto
quello
che
tu
non
sai.
Come si abbatte un cavallo
un fianco scotta contro il muro
lei scaglia ghiande per terra
esche
aspetta di intravedere
il fuoristrada con la tappezzeria ripiena di animali
Nelle narici l’odore dell’uomo che le insegnerà la calma
e le parole da tirare su al fiume
solo quelle che significano qualcosa
trascinate a capo
Il silenzio è una canna da pesca
per ore
mantenuta in due.
Capita di vedere fate
niente di psichedelico
fate su sedie a rotelle
mi lanciano tutti i sassi che calpesto
e non devo voltarmi
la schiena non sopporta come il viso
Una volta a casa sto ferma immobile paralizzata
per vedere quand’è che mi viene voglia di lanciare pietre
cerco l’impotenza per capire cos’è la calma
e l’ira sorda per sapere il gusto del perdono incredibile
e ogni volta lancio piume contro la porta chiusa
per vedere chi verrà a salvarmi
e perdonare chi non mi ascolta
Aspetto il giorno in cui smetterò
queste prove di vita
per rendere il dolore poco più di un graffio
un desiderio avverato
di tessuti callosi assediati a vuoto.
ho già detto tutto
non andare
resta con una scusa qualsiasi
ma ti ho già detto ogni cosa
e tu hai le orecchie vuote
parole passate
archiviate sotto ok, fatto
troppo forti per attutirne il colpo
come un piede rotto
dopo tre giorni non lo senti più
e dopo un anno avverti di nuovo il dolore con gli uragani
e continuo a dire non andare con le parentesi
due muri che non so togliere
più grossi della porta
e delle tue spalle sulla porta
ma più gracili dei no che potresti scaraventarmi addosso
resto io e due tramezzini al tonno
e l’unica cazzata che riesco a pensare
mento sul tavolo braccia morte indicando i piedi
il pane l’avevi comprato tu.
Mi piacciono gli alberghi
occupare uno spazio che non è mio
miei i cassetti
miei i saponi
mia la vista dalla finestra
Mi piace abitarli, ingombrarli in silenzio
aprire l’armadio essere rassicurata da una coperta infeltrita che non userò
Mi piace accendere il televisore e azzerare il volume
ascoltare le liti attraverso il muro
Mi piace sentire le loro scuse,
i “sei una merda” - “no, tu”
e dire a bassa voce abbracciala e basta,
non vedi come ti guarda?
labbra di rabbia livida
ma lo sguardo roba diversa.
Mi piace guardare le tende gonfiarsi
nel mattino
quando ti punge il freddo e l’odore di cornetti caldi
ma di sera kebab all’angolo che
impregna lenzuola
E di nuovo sole e hall
quei due che si dicono amore
mentre lui le apre la porta
il portiere mi guarda, hola,
con gli occhi stanchi del turno che passa, stanza 407,
loro due si amano
tu, con chi litighi?
Pachita caffè
carrer de Sicilia
casa mia in prestito
Lascio qualcosa di mio nella camera in affitto perché sia sempre mia
Mi piacciono gli alberghi perché mi avvolgono
e scrivono canzoni per me quando me ne vado
Mi piacciono gli alberghi perché mi ispirano
avrei potuto prendere quattro lauree in un anno
o una specializzazione
essere convinta nel chiamarle poesie
case per scrivere e ricordare
Quei due se ne vanno
ognuno per la sua strada
una volta a Roma ti lascio
in aereo tienimi la mano.
Il primo sabato in casa dopo le vacanze
nessuna persona in carne ed ossa nel mio raggio d’azione
ne’ fisico né internettiano
immagino tutti al mare, gli ultimi falò che detesto
feste e sorrisi, discoteche, accoppiamenti
io mi concedo parole a casaccio e letture di poeti sconosciuti
o comunque di poeti
torno a me stessa
mi annoio, scarabocchio, faccio il bucato
lotto con un punto nero
bevo ghiaccio e orzata coi piedi sui mattoni che mi fanno da tavolino in terrazza
ricordi di questi ultimi giorni di solitudine
sospiro e non mi manca nulla
nemmeno agosto che se ne va
oddio, qualcosa mi manca.
ma faccio un’altra sorsata
quello che serve per incontrare un cubetto
e congelarsi la fronte.
Intanto canto sottovoce: